Obama-Romney, la guerra dei polls
Il sondaggio elettorale citato con più voluttà dai giornali di tendenza democratica è quello di Reuters, che dà Barack Obama in vantaggio di sette punti percentuali sullo sfidante repubblicano, Mitt Romney. Conservatori come Karl Rove, lo stratega elettorale di George W. Bush – uno che con la padronanza di numeri e cartine aveva previsto due vittorie repubblicane impossibili secondo le stesse fonti che oggi citano avidamente Reuters – preferiscono notare che l’istituto Gallup dà Obama avanti rispetto a Romney soltanto di un punto.
19 AGO 20

Il sondaggio elettorale citato con più voluttà dai giornali di tendenza democratica è quello di Reuters, che dà Barack Obama in vantaggio di sette punti percentuali sullo sfidante repubblicano, Mitt Romney. Conservatori come Karl Rove, lo stratega elettorale di George W. Bush – uno che con la padronanza di numeri e cartine aveva previsto due vittorie repubblicane impossibili secondo le stesse fonti che oggi citano avidamente Reuters – preferiscono notare che l’istituto Gallup dà Obama avanti rispetto a Romney soltanto di un punto; i repubblicani più sfacciati sventolano il sondaggio Rasmussen, che registra un sonoro +4 per cento dello sfidante. Per sapere che i sondaggi vanno visti, scrutati, interpretati, ascoltati ma cum judicio bisogna leggere il libro che ha scritto il sondaggista più cool d’America, Nate Silver, un occhialuto ragazzo di Brooklyn drogato di numeri che nel 2008 – allora aveva trent’anni – ha predetto la vittoria di Obama stato per stato, distretto per distretto. Due anni più tardi il New York Times ha inglobato nella sua squadra lui e il suo blog di previsioni, FiveThirtyEight, mettendo a disposizione di Silver una falange di esperti di numeri elettorali.
Nel suo “The Signal and the Noise: Why So Many Predictions Fail, but Some Don’t” Silver spiega come distinguere un “segnale” elettorale da un semplice rumore di fondo, di quelli che spostano opinioni in modo episodico e temporaneo, senza fornire indicazioni fondate. La teoria, qui, dice che la maggior parte delle previsioni che si fanno sono sbagliate, e servono strumenti più raffinati per elaborare i dati grezzi, indicazioni di comportamenti elettorali che diano prospettiva tridimensionale ai piatti risultati delle ricerche telefoniche. Eppure va ricordato che nel 2000, durante il mese di agosto, i sondaggi davano Bush e Al Gore perfettamente appaiati, mentre nel 2004, sempre nello stesso mese, il presidente uscente era in vantaggio di un paio di punti su John Kerry, che pure nella narrazione popolare e mediatica doveva essere il vincitore certo. La freddezza dei numeri, insomma, va mitigata con il calore del ragionamento, cosa che Rove fa nella sua column sul Wall Street Journal, tanto per mettere qualche caveat allo sbrigliato entusiasmo da sondaggio pro Obama. Per Rove il “sostanziale pareggio” fra i candidati è un vantaggio per Romney, perché “storicamente gli elettori indecisi tendono a sostenere lo sfidante soltanto quando le elezioni sono vicine”. Le ultime settimane elettorali si sono distinte per una serie di spot e controspot che definire “negativi”, come si usa in America, rasenta l’eufemismo. Suggerire una connessione fra il lavoro di Romney a Bain Capital e un’ammalata di cancro che muore perché il marito ha perso il lavoro, e dunque la copertura sanitaria a esso collegata, è imprudente almeno quanto spiegare che con il welfare di Obama “non c’è bisogno di lavorare”. I fact checker si sono scapicollati per capire quale degli spot prodotti dalle campagne dei candidati violasse di più la realtà dei fatti e gli uomini d’area obamiana hanno persino sconfinato nel genere trash con un videoclip in cui una ragazza svizzera come i conti in banca del capitalista Romney canta “Barbie Girl” degli Aqua, dimenticabile hit di fine anni Novanta. Contemporaneamente il leader del Senato, Harry Reid, compassato barone del potere di Washington, s’è trasformato nella testa di ponte della battaglia sulle dichiarazioni dei redditi dello sfidante, richiesta che sta diventando più fatua e ossessiva di quella del certificato di nascita di Obama. Tutto questo, direbbe Silver, è parte del rumore di fondo. Più incisivamente, invece, va osservato che Romney ha iniziato a portare in giro per il paese il suo “piano per una middle class più forte”, sintesi di una visione economica che originariamente era “condensata” in 59 inutilizzabili punti.
Mancano 17 giorni alla convention repubblicana di Tampa, e Romney ha bisogno di abbandonare il terreno degli attacchi all’avversario per muoversi con più disinvoltura in quello delle proposte, lasciando, come suggerisce Rove, che siano i Super Pac “informalmente” collegati al candidato a menare scudisciate contro l’Amministrazione. In questo senso va anche l’intervista che Romney ha dato a Bloomberg Businessweek, dove le durezze verso Obama non mancano, s’intende, ma il candidato insiste sulla pars construens: taglio della spesa, niente aumenti di tasse e incentivi alle imprese.
“Perché non Paul Ryan?”
L’ultimo annuncio sul quale Romney può giocare per piegare i dati che lo danno in svantaggio (leggero o pesante che sia) è il primo in termini cronologici: la scelta del vicepresidente, ormai imminente. Il Wall Street Journal, giornale conservatore, si domanda perché il prescelto da Romney non potrebbe essere, Paul Ryan, il capo dell’ufficio budget alla Camera, una delle “young guns” del partito repubblicano nonché l’incarnazione della visione economica che Romney sta già abbracciando. “Troppo rischioso, recita il ritornello della Beltway”, scrive il Wsj, inquadrando l’obiezione più convenzionale. Scegliere Ryan, grande mattatore della spesa pubblica, è una scelta più coraggiosa rispetto alla placida continuità garantita da un Tim Pawlenty o un Rob Portman (anche se le scelte coraggiose a volte si pagano, come sa bene John McCain); se non altro permetterebbe al candidato di non far passare l’annuncio come un rumore di fondo che influenza i sondaggi per un giorno.
“Perché non Paul Ryan?”
L’ultimo annuncio sul quale Romney può giocare per piegare i dati che lo danno in svantaggio (leggero o pesante che sia) è il primo in termini cronologici: la scelta del vicepresidente, ormai imminente. Il Wall Street Journal, giornale conservatore, si domanda perché il prescelto da Romney non potrebbe essere, Paul Ryan, il capo dell’ufficio budget alla Camera, una delle “young guns” del partito repubblicano nonché l’incarnazione della visione economica che Romney sta già abbracciando. “Troppo rischioso, recita il ritornello della Beltway”, scrive il Wsj, inquadrando l’obiezione più convenzionale. Scegliere Ryan, grande mattatore della spesa pubblica, è una scelta più coraggiosa rispetto alla placida continuità garantita da un Tim Pawlenty o un Rob Portman (anche se le scelte coraggiose a volte si pagano, come sa bene John McCain); se non altro permetterebbe al candidato di non far passare l’annuncio come un rumore di fondo che influenza i sondaggi per un giorno.